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Alcatel se ne va e l'Italia perde il suo polo tecnologico

Articolo del 22/03/2012 
 
Il più grande polo tecnologico in Italia, con 2mila lavoratori e 800 ricercatori, sta per chiudere. È di proprietà di Alcatel Lucent, che ha deciso di spostare altrove produzione e ricerca. Anche se nel 2011, dei 34 brevetti complessivi depositati alla divisione Optics di Alcatel Lucent, ben 15 sono stati sviluppati a Vimercate. I dipendenti dicono: «perché allora lo Stato non ci “acquista” in toto? Noi siamo valore aggiunto, siamo produzione, siamo il futuro delle telecomunicazioni», anche se questo è impossibile per via delle norme Ue.
Lavoratori della Alcatel-Lucent
Lavoratori della Alcatel-Lucent

VIMERCATE – Ricercatori, ingegneri, periti. Simbolo dell’innovazione tecnologica, appassionati del loro mestiere, i lavoratori di Alcatel-Lucent Italia-Vimercate, oggetto di una prossima riorganizzazione interna e di un trasferimento del core-business all’estero, sognano un intervento dello Stato – impossibile per via delle norme dell’Unione europea e anche per la situazione del debito pubblico – per essere “acquistati” in pacchetto. Dopo aver appreso che produzione e sviluppo dell’azienda saranno presto delocalizzati negli Stati Uniti e che il loro posto di lavoro sia a forte rischio, i dipendenti hanno deciso di fare il possibile per continuare a dare valore aggiunto allo sviluppo delle telecomunicazioni del paese.

Era l’estate del 1990, quando davanti ai maxi schermi di otto città italiane e due spagnole, centinaia di persone guardavano il primo algoritmo per la tv ad alta definizione, oltre che il codino di Roberto Baggio, cantando a squarciagola “Un’estate italiana” della Nannini. Quell’algoritmo è stato elaborato da Silvio Cucchi, di Telettra Vimercate. Quando Telettra fu venduta da Fiat ad Alcatel (Francia), il reparto di ricerca e sviluppo sull’elaborazione del segnale tv fu cancellato, perché non remunerativo a breve termine. «L’ingegner Cucchi è stato il cuore di Alcatel-Lucent – spiega un ex lavoratore Alcatel – il cuore di quegli apparati d’azienda che oggi vogliono essere dismessi, per sostituirli con i Router Ip, ma in realtà avere la scusa di dismettere totalmente le attività di sviluppo in Italia, in quanto gli azionisti della compagnia risiedono in Usa e Francia, dove hanno radicati interessi, ben al di là di tecnologie e comunicazione».

Alcatel Lucent Italia, il più grande presidio tecnologico delle telecomunicazioni in Italia, è l’unica azienda ad avere in seno l’intera catena della produzione, dalla progettazione di hardware, software e circuiti integrati per rete fotoniche di nuova generazione a produzione e vendita. Parte di una multinazionale madrelingua francese (presto americana), leader mondiale in uno dei mercati con esponenziale crescita della richiesta internet, video e dati, Alcatel Italia vende i propri prodotti a tutti i più grandi operatori delle telecomunicazioni e, con i suoi 470 milioni di euro, rappresenta il 37% del fatturato mondiale della divisione Optics. Nel 2000 Alcatel si è fusa con Lucent, con un taglio di personale nei reparti, a beneficio di consulenze esterne, fatte di contratti a termine. Nonostante ciò, nel 2011, dei 34 brevetti complessivi depositati alla divisione Optics di Alcatel Lucent, ben 15 sono stati sviluppati a Vimercate, dove ci sono duemila lavoratori, dei quali 800 ricercatori.

Sede di Alcatel Lucent

Sede di Vimercate di Alcatel Lucent

Protesta davanti al Pirellone dei dipendenti Alcatel Lucent

Nonostante questo il 24 gennaio scorso la società ha annunciato al Ministero dello Sviluppo Economico un piano di riorganizzazione che prevede 700 esuberi in Italia. Non da ultimo, i lavoratori sostengono di essere a conoscenza di un piano di progressiva dismissione delle sedi italiane, a favore di un nuovo core-business con futura sede negli States e manodopera da ricercare in India, del quale la presidenza non ha mai fatto comunicazione ufficiale ai suoi dipendenti. Loro, quasi tutti impiegati da decenni e soddisfatti del loro lavoro, si sentono traditi. «Sono in Alcatel dai tempi di Telettra – racconta Andrea Busi, 45enne perito, sposato con due figli – c’era molto turn over e si respirava aria di innovazione, voglia di crescere e costruire. Dal 2000 le cose sono bruscamente cambiate. I nuovi assunti non avevano le stesse possibilità di crescita e gli stessi diritti che avevamo avuto noi. Oggi sentiamo pian piano l’azienda che prende il largo verso un altro paese, e ci sentiamo abbandonati. Spero che in Italia si formi una nuova coscienza, il futuro italiano non può prescindere da Alcatel».

Come Andrea, di padri e madri di famiglia che non si capacitano della decisione di lasciar andare via dal paese l’eccellenza tecnologica di Alcatel e la professionalità di chi è cresciuto con lei, sono tantissimi. Hanno sfilato per le strade di Vimercate, sede principale della ricerca, sono arrivati a bloccare la tangenziale, a far illuminare di fumi tricolore l’ingresso del Pirellone ma, oltre al Ministro Passera, nessuno pare avergli dato retta. «Il Ministro Passera ha paventato l’ipotesi di andare in contro ad Alcatel per evitare la fine della nostra storia italiana – racconta Cristiano Barteselli, lavoratore Alcatel – dato che l’azienda, il Ceo canadese Ben Verwaayem, non appare interessato al dialogo, perché allora lo Stato non ci “acquista” in toto? Noi siamo valore aggiunto, siamo produzione, siamo il futuro delle telecomunicazioni. Creiamo un polo italiano, necessario per restare al passo con i tempi, o in cinque anni passeremo a fanalino di coda del settore. Dobbiamo investire nelle trasmissioni ottiche, che sono il nostro core-business. Perché nessuno capisce l’importanza di unire risorse, Stato ed imprenditori (onesti), invece che spenderli per pagare gli ammortizzatori sociali? Sveglia, la Cina viaggia a 100 mega, noi a quattro». La soluzione prospettata è resa impossibile sia dalle normative comunitarie sia dallo stato delle finanze pubbliche italiane.

In Alcatel c’è stato qualche dirigente che si è opposto al nuovo piano, ma non ha avuto successo «Non c’è mai stata una riunione per informarci del trasferimento in America – dichiara Marco, system architecture – eppure esistono annunci di ricerca personale in India nel nostro Intranet. Un alto dirigente che si è opposto a questa politica. È stato mandato via». Il modello di sviluppo di Alcatel, secondo la delegata sindacale della Fiom Adriana Geppert, è solo apparenza: «Hanno diminuito progressivamente l’investimento umano e per entrare nei mercati esteri Alcatel ha dovuto comprare Lucent (America) e Shanghai Bell (China). Il contrario invece non accade, tanto che in Europa abbiamo il problema della concorrenza cinese con Huawei. Il liberismo quindi è solo verso l’Europa. Pensiamo che Huawei non è nemmeno quotata in borsa e quindi non è trasparente. La politica dovrebbe pretendere la trasparenza. Invece ha chiesto a noi di puntare sull’innovazione e di gestire il contenimento dei costi per battere la concorrenza. E ora? Passa tutto all’estero».

Per conoscere la posizione di Alcatel Lucent Italia, abbiamo contattato l’amministratore delegato Gianluca Baini, ma non è stato possibile raggiungerlo.

Azionariato di Alcatel Lucent, che dichiara un fatturato di 15,3 miliardi di euro

Fonte: http://www.linkiesta.it/alcatel-vimercate#ixzz1pl8AbUsd

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